(AGI) – Roma, 23 dic. – “Ad un certo momento – si legge nelle motivazioni -, quando, scemata la carica di aggressivita’ provocata dallo stato di ubriachezza e dalla resistenza della vittima, Mailat si rende conto dell’enormita’ del crimine commesso, solleva da terra una parte della rete di recinzione che separa la stradina percorsa dalla vittima dalla attigua boscaglia, afferra il corpo esanime della donna, lo fa passare sotto la rete, impigliandovisi e procurandosi durante l’operazione profondi graffi, e dopo il necessario trascinamento dello stesso, se lo carica in spalla, nel tentativo di portarlo in un posto nascosto dove occultarlo, presumibilmente sotto il vicino cavalcavia, verso cui si dirige”. A quel punto arriva Emilia Neamtu, sua parente, in compagnia di uno dei suoi figli, che vede Mailat con il corpo in spalla della Reggiani “che ha il viso pieno di sangue, un seno scoperto ed una sola scarpa e, capito subito che la stessa avesse subito qualcosa di molto grave, gli grida ‘Romica, cosa hai fatto? Che Dio ti fulmini! O qualcosa di simile. Mailat le ordina di tacere, con tono minaccioso. La donna, per un momento, sente prevalere la solidarieta’ di clan e lo invita a liberarsi del corpo della vittima, scaricandolo sotto il cavalcavia. Mailat, invece, lo abbandona subito, raggiunge Obedea e, assieme al figlio della Neamtu, torna all’accampamento, sporco di sangue in viso, sulle mani e sugli abiti e dice a Obedea: ‘Credo di averla uccisa’. Giunto all’accampamento apre la borsa, ne preleva il denaro, ben 2800 euro secondo il racconto di Obedea (Clopotar parla addirittura di un bottino di 4000 euro) – che pero’ non ha trovato riscontro nelle dichiarazioni del marito della Reggiani, che ha anche prodotto copia dell’estratto conto della moglie, da cui non risultano prelievi corrispondenti – e alcuni oggetti, tra cui un telefono cellulare, dando il denaro e gli oggetti alla madre della convivente, anch’ella dimorante nella baraccopoli, tenendo per se’ il telefonino (che poi passera’ ad Obedea al momento dell’arresto, ndr), e nasconde la borsa nella sua baracca, sotto il letto. Poi si cambia gli abiti, bagnati di pioggia e sporchi di sangue, ma non le scarpe e la biancheria, e si accinge a fuggire. Nel frattempo la Neamtu, di fronte a un fatto gravissimo, con una vittima inanimata e dal viso sporco di sangue, comincia a gridare, chiedendo aiuto”. Tornera’ sul cavalcavia dove fermera’ un autobus il cui autista chiamera’ a sua volta il 113. (AGI)
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