(AGI) – Roma, 5 gen. – Poco dopo le 23,30 l’uomo torna in albergo, rientra nell’appartamento e crede di vedere – ma la circostanza e’ tutta da verificare – che Alina respira ancora: allora chiama il 112 e dice al carabiniere di turno che una romena ha tentato il suicidio, fornendo indirizzo e numero della stanza d’hotel, quindi fugge e comincia probabilmente a vagare per la zona di Termini e di Colle Oppio.
Nel frattempo, ai carabinieri accorsi in via dei Mille si presenta una scena agghiacciante: riverso sul letto matrimoniale della stanza indicata nella richiesta di intervento c’e’ il cadavere di una donna sgozzata. E nella stanza accanto, nel vano doccia, c’e’ un secondo cadavere: per entrare i militari debbono forzare la porta, chiusa a chiave dall’esterno.
Scattano immediatamente le indagini: la chiamata risulta partita da un cellulare, intestato alla madre di una delle vittime. Alle 4,30, dallo stesso cellulare, parte una seconda telefonata: e’ ancora Marian, che chiede informazioni sullo stato di salute della “sua” donna.
Sono le sue ultime ore da uomo libero: i carabinieri, individuata la “cella” del suo apparecchio, lo sorprendono a Colle Oppio, e gli serrano le manette ai polsi senza incontrare resistenza. E’ lo stesso assassino a guidarli, dietro una vecchia costruzione, nel punto dove ha gettato il rasoio, dopo averlo ripulito alla bell’e meglio.
“Sono stato io”, ammette quasi subito davanti al magistrato, alternando momenti di pianto ad altri di assoluto distacco. “Ma pensavo fosse ancora viva”, ripete piu’ volte, forse piu’ a convincere se stesso che gli inquirenti. (AGI)
Bas