ISRAELE: WEIZMAN A BOLOGNA, URBANISTICA E’ ARMA POLITICA
(AGI) – Bologna, 29 gen. – Utilizzare gli strumenti dell’urbanistica a fini politici e militari. Perche’ “distruggere i campi dei rifugiati palestinesi e costruire citta’ al loro posto vuole dire togliere alla popolazione della Palestina lo status di profughi”. E’ questa la politica applicata da Israele ai territori occupati della Palestina secondo l’architetto e scrittore israeliano Eyal Weizman, oggi ospite del festival internazionale di urbanistica “Urbania”, in corso alla Sala Borsa di Bologna fino a sabato 31 gennaio. Secondo Weizman, che e’ direttore del Research Architecture Center al Goldsmith College di Londra, ammonta (per ora) a due miliardi di dollari, di cui il primo arrivato nel bel mezzo della guerra, la cifra messa sul piatto per la ricostruzione dei territori palestinesi dopo i bombardamenti da parte di Israele. Denaro proveniente da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Giappone, Iran e Comunita’ Europea. “Il modo in cui verranno fatti i progetti sara’ un argomento di discussione all’interno del mondo arabo”, ha spiegato l’architetto. I progetti elaborati dai paesi ‘amici’ della Palestina andranno pero’ con ogni probabilita’ a favorire la politica israeliana. Il motivo? Un intreccio di logiche politiche ed economiche: ad esempio, “anche i paesi arabi risentono della crisi economica, e molte societa’ edili della regione del Golfo sono sull’orlo della bancarotta”. Poter ricostruire la Palestina, per loro, e’ un’occasione da non perdere. Davanti alla platea del festival dell’urbanistica di Bologna, Weizman, autore del libro in pubblicazione presso Bruno Mondadori ‘Terra vacua. Israele e l’architettura dell’occupazione’, ha spiegato che “in Palestina, la distruzione e la ricostruzione sono in assoluta continuita’ e l’intero processo ha a che fare con l’eliminazione dello status di rifugiati per i palestinesi”. Un modo per indebolire la lotta dei palestinesi, tra i cui punti di forza Weizman cita proprio l’essere riusciti a definirsi profughi dall’inizio del conflitto fino ad oggi. La soluzione, allora, consisterebbe nel “migliorare le condizioni di vita dei profughi senza togliere loro lo status di profughi”. Per Weizman, “dal punto di vista del governo israeliano, la resistenza dei palestinesi non e’ dovuta a motivi storico-politici ma urbani. Dunque la condizione di profugo deve essere distrutta affinche’ il conflitto si risolva a favore di Israele”. Inoltre, “per Israele, per gli Stati Uniti e per altri stati, il concetto extraterritoriale di profugo rappresenta una categoria politica in grado di minacciare l’ordine territoriale. Il profugo che chiede di poter tornare a casa rappresenta una minaccia per l’esistenza dello Stato israeliano: per questo la guerra non e’ solo contro i profughi ma contro la categoria politica del profugo”. A livello pratico, “i politici israeliani pensano di poter indebolire la resistenza attraverso la riconfigurazione degli spazi palestinesi”. Cosi’ e’ successo ad esempio a Jenin, dove “nel ricostruire palazzi al posto del campo, si e’ pensato che delle strade troppo strette sarebbero state pericolose per la sicurezza: dunque, si sono costruite strade abbastanza ampie per farci passare un carrarmato israeliano, che in questo modo e’ divenuto l’unita’ di misura dell’urbanistica nei territori palestinesi”. C’e’ poi l’altra faccia dell’occupazione, quella fatta di piccoli insediamenti israeliani che si insinuano nei territori della Palestina con una logica che Weizman definisce “suburbana”. L’esempio, in questo caso, riguarda una piccola area del territorio palestinese in cui scompare il segnale dei telefoni cellulari. Una compagnia telefonica israeliana decide di impiantare nella zona una nuova antenna: insieme ad essa nascono le infrastrutture e gli allacciamenti. L’area viene attrezzata perche’ ci possa abitare un sorvegliante, che porta con se’ tutta la famiglia e poi gli amici. Nasce cosi’ un nuovo insediamento, creato dall’intersezione di logiche aliene dal controllo di Israele.
Mir